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Medaglia d’onore a Arturo Ferrari

Medaglia ArturoA gennaio del 2013 è stata conferita a Arturo Ferrari di Borrello la medaglia d’onore quale riconoscimento morale agli internati nei lager nazisti. Nel corso della cerimonia, che si è svolta presso la Prefettura di Roma alla presenza di alte cariche dello Stato e delle Forze Armate, la medaglia di Arturo Ferrari è stata ritirata dal figlio Amelio e dalle nipoti Sara e Elisa.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’Italia sospese le ostilità contro gli Alleati e di fatto cessò di essere alleata nel  conflitto con la Germania nazista. La Germania, oltre ad occupare militarmente quella parte dell’Italia non ancora conquistata dagli Alleati – sottoponendola poco dopo al governo della R.S.I., suo satellite – ebbe cura, sulla base di un piano già preordinato dal 25 luglio 1943, di neutralizzare tutte le Forze Armate italiane sia sul territorio italiano sia sui fronti di guerra e di occupazione in cui si trovavano in quel momento (oltre che in Francia, sul fronte orientale in Jugoslavia, Albania, Grecia). Con varie azioni di combattimenti (Cefalonia) e con qualche lusinga (la promessa di riportare in Italia le truppe dislocate all’estero) la Germania di fatto catturò, per destinarli al lavoro, oltre 819.000 militari italiani che furono inviati nei campi di prigionia già predisposti in territorio tedesco e nella Polonia occupata.

Medaglia Stalag 3A

Stam Lager III A (http://www.stalag3a.com/TheCamp.htm)

Arturo, inquadrato nelle truppe italiane di artiglieria che operavano in Dalmazia, fu catturato il 10 settembre 1943 all’indomani dell’armistizio di Cassibile. Subito dopo venne trasportato in treno verso la Germania nazista e internato nel campo di concentramento di Lukenwalde e assegnato allo Stalag n. 3 A (Stam Lager III A) con il numero di prigioniero 45833. Il lager presso Berlino dove, si trovava Arturo Ferrari, fu liberato dall’esercito russo nel 1945 e i prigionieri vennero avviati in treno verso l’Europa dell’est, in Polonia, dove rimasero per circa sei mesi. Finalmente iniziò il lungo viaggio di rientro in Italia dove Arturo,  dopo un’altra lunga sosta in Austria a Salisburgo presso l’esercito alleato, giunse nel novembre del 1946 e poté riabbracciare la propria famiglia. Considerando che egli era partito da Borrello per il servizio militare di leva nel 1941, vi fece ritorno dopo sei anni.

Medaglia Arturo B Medaglia Arturo A Medaglia Arturo C

Week-end natura: il bosco violato

8 ottobre 2005

Il bosco di Montalto

Il bosco di Montalto

Dopo una settimana di lavoro mi sono recato di buon mattino nel bosco di Borrello per trascorrere un giorno immerso nella natura e sono stato fortunato, almeno così ritenevo, per aver indovinato una splendida giornata di sole tra due giorni di pioggia malinconica. Giunto alla fonte del Sorbo verso le 9.30 ho incrociato un’auto che sfrecciava ad alta velocità lungo la strada proveniente dal bosco, ma non mi sono allarmato più di tanto: di cretini ce ne sono tanti. Poco dopo mi sono addentrato lungo un sentiero, costeggiato da una vecchia macera coperta di tenero muschio, quando sono stato attratto da alcuni gelsomini, ma mentre stavo per fotografarli ho udito verso l’alto un rumore come di grandine che faceva cadere foglie ingiallite e piccoli pezzetti di rami, strano, il poco cielo che si intravedeva tra i folti rami degli alberi era quasi sereno. Un attimo dopo alcuni botti più vicini mi hanno fatto capire che era aperta la caccia, tornato sulla strada ho ripreso l’auto proseguendo verso il Montalto. Poco oltre ho incrociato una panda che procedeva a velocità sostenuta tallonata da un fuoristrada, alla brusca curva oltre il Montalto un cacciatore era appostato vicino alla sua jeep, dopo cinquecento metri altri due “sparatori” scrutavano la boscaglia e fornivano indicazioni su un povero cinghiale in fuga, braccato da cani e uomini, ad altri “militari”, tali Roberto e Gianluca. Giunto alla contrada Capezze ho posteggiato vicino ad altre automobili ferme presso una lunga fila di variopinti alveari e ho chiesto ad una giovane guardia forestale di Rosello se tutto ciò fosse regolare e la risposta è stata che erano state controllate le licenze e le armi di tutti ed era risultato tutto a posto. Inoltre non essendo presenti in zona tabelle di divieto e non essendo le strade chiuse, come avviene in molti centri dell’Abruzzo, gli “sparatori” salgono a Borrello sin dai centri più lontani della costa. A questo punto ho deciso di seguire il consiglio della giovane ma saggia guardia forestale e ho rimandato ad un’altra data la mia escursione fotografica nella natura, sono risalito in macchina e mi sono diretto verso Rosello per fotografare la vallata dall’alto. Caccia (1)Mentre scendevo lungo la via del Frusceto ho incontrato almeno altre tre coppie di “fucilieri” che con cuffie e microfoni partecipavano alla battuta sorvegliando gli ampi spazi dove poteva sbucare il povero cinghiale ansimante che confidava di salvarsi con la fuga, ignaro dei progressi della tecnologia telefonica moderna. Ero un po’ contrariato per come andava evolvendo la mia escursione nel verde ma non era ancora finita perché stavo per assistere al triste epilogo di quella vicenda iniziata in una limpida mattina d’autunno. Giunto al ponte di Rosello mi sono rattristato non poco nel vedere presso la fontana tre “rambo”, perfettamente equipaggiati, che distrutti dalla fatica (levataccia, viaggio, logistica, battuta) ammiravano soddisfatti il loro trofeo: un bell’esemplare di cinghiale giaceva morto presso la fontana, un rivolo di sangue gli colava dalla testa e finiva in una pozza rossa che lentamente veniva inghiottita dal tombino dove gorgogliava l’acqua della sorgente. Non avevo mai osservato da vicino una battuta e se prima ero contrario alla caccia ora lo sono ancora più convinto, perché l’ho vissuta come una violenza gratuita che ha violato la serena quiete di una vasta area naturalistica, perpetrata da alcuni sconosciuti, per il loro esclusivo, inutile e patetico divertimento, ai danni della mia terra, del mio paese, della mia cultura. Non ho saputo resistere alla tentazione di fermarmi e di chiedere ai tre vittoriosi come fosse andata la caccia: “Non bene, era un cinghiale troppo giovane e non ce ne sarà per tutti”. Quel giorno non sono riuscito a scattare foto interessanti e sono tornato in paese, era l’ora di pranzo, i pochi abitanti che si aggiravano sulla piazzetta assolata erano preoccupati perché il fornaio di Rosello non aveva distribuito il pane in quanto invitato ad un matrimonio.

Caccia (4)

Sparatori in località Il Prato

Caccia (3)

Cacciatori in località Capezze

Cinghiale ucciso presso il ponte del Verde

Cinghiale ucciso presso il ponte del Verde

Trionfo dopo la battuta

Trionfo dopo la battuta

 

 

 

 

 

 

 

 

Bilancio Parrocchiale 1876

REDDITI E PESI DELLA PARROCCHIA DI BORRELLO, ANNO 1876

Egidio_1876b Egidio_1876c Egidio_1876dEgidio_1876e

Provincia di Abruzzo Citra, Circondario di Lanciano, Comune di Borrello

Borrello 1876 – Patrimonio della Parrocchia

Patrimonio attivo e passivo della Parrocchia di Borrello, sotto il titolo di S. Egidio Abate nell’anno 1876, dal Curato Simonetti

Beni e rendite della Parrocchia di Borrello

Canoni antichi (correnti e impugnati)

Da molti naturali di Borrello su vigne, orti e pagliai, ecc. (canone corrente) £. 2:50, (canone impugnato) £. 42:27.

Dagli eredi di Don Giuseppe De Maio di Delicato (Capitanata) sull’ex Beneficio di S. Croce in Capracotta (Molise) Lire 34:00 (canone corrente)

N.B. I canoni impugnati non si esigono da molti anni ad onta delle ragioni giudiziali. I titoli o mancano o sono prescritti. La sola azione del Governo potrebbe farli rivivere.

Canoni di data vacante

Da vari naturali sul terreno in contrada Vicenda adiacente all’abitato, censito ad uso di fabbricati Lire 153:30 (di canone corrente)

Terraggi

Dai terraggi annuali in grano o in granone ne’ soli anni di semina alla ragione della mezza coverta di (un) quinto su terre date a coloni (date per coltivazione), o presunti vacante ..16:2:00 (ettol. 9:10:23) al prezzo medio tra grano e granone di lire 56:20 (di canone impugnato).

N.B. Impugnato da molti anni dai coloni di Borrello possessori de’ fondi.

Da riportarsi Lire 189:80 (per i canoni correnti) e Lire 98:47 (per i canoni impugnati).

Riporto Lire 189:80 (per i canoni correnti) e Lire 98:47 (per i canoni impugnati).

Diritti di terraggione

Da vari naturali di Trivento (Molise) per diritto di terraggione negli anni di semina sulle terre colte dell’ex Beneficio di S. Benedetto in contrada La Penna di quel tenimento, alla ragione della decima de’ frutti. Fittato a quel Don Pasquale mansionario ..rrari per anno, Lire 85:00 (canone corrente).

Beni  di libera proprietà

Una casa di abitazione ad uso del Parroco, sita nell’abitato di Borrello alla strada del Popolo n° civico 33.

Un terreno seminatorio in contrada Fornesca tenimento di Borrello di are 81 circa, fittato a Domenico di Fiore, Lire 17:00 (di canone libero).

Un altro piccolo terreno nella medesima contrada di are 6 circa, fittato agli eredi di Concezio Di Nunzio Lire 1:25 (di canone libero).

Un altro terreno seminatorio in contrada Spogna, tenimento suddetto, di are 94 circa, fittato a Vincenzo Basso di Nicola, per anno Lire 30:00 (canone corrente)

Supplemento di congrua

Dal Comune di Borrello per annuo supplemento di congrua parrocchiale, Lire 191:25 (di canone impugnato)

N.B. Negato da molti anni.

Totale introiti

Lire 323:05 di canoni correnti e Lire 289:72 di canoni impugnati.

Riporto introito totale £. 323:05.

Passivo

Tassa fabbricati £. 8:07

Fondiaria £. 0:65

Tassa manomorta £. 28:80

Cattedratico a Monsignor Vescovo £. 15:30

Anniversario (ufficio de’ morti e messa separata)

Sulla casa parrocchiale 15:00 Lire

Viaggio annuale del Parroco in Trivento nella festa di S. Nazzario in omaggio di ubbidienza alla Cattedra Episcopale, Lire 15:30

Trasporto per persona sacra degli olii benedetti da Trivento a Borrello, Lire 2:50

Regalie ai Censori della Curia 2:55

Riparazione della casa parrocchiale, Lire 5:00

Messe pro populo (n.) 80, Lire 84:00

(Si omettono le spese per la S. Visita e quelle per la tassa di ri……..)

Dichiarazioni e osservazioni

In Borrello non vi è nessuna vendita o fondo speciale per Coadiutorio. Il Coadiutore si paga dal Comune come e quando vuole. Adesso manca da vari anni essendo sospesa la cifra in bilancio. La Parrocchia non esige decime sacramentali, salvo non si volessero considerare come tali quelle che provengono dall’ex beneficio di S. Benedetto in Trivento. Quei coloni però hanno in gran parte mutato la destinazione della terra, inoltre dove prima seminavano cereali e civaie (legumi da seccare, come fave, fagioli, ceci, ecc.) oggi vi coltivano gli olivi per cui non si esige nulla. Bisognerebbe perciò mutare eziandio la percezione de’ frutti coordinandola alla nuova legge sulla commutazione delle prestazioni. E questo è compito dell’Arciprete Signor Franco. Si ignora perfettamente l’origine e la costituzione del patrimonio della Parrocchia, eccetto per quella parte di beni che pria formavano a vendita degli ex benefici di S. Benedetto, di S. Croce e della …tavia di S. Lucia poscia aggregati alla Mensa per deficienza di beni. L’altra parte dovrebbe essere costituita dal Comune in luogo delle decime abolite, e di cui forse la ragione del Supplemento di Congrua da parte del medesimo. I titoli e le memorie andarono dispersi per incuria de Parrochi ovvero distrutti da incendi più volte verificatisi negli archivi pubblici. Certo è però che tanto il Supplemento dal Comune quanto i canoni e le prestazioni in derrate che ora si negano dai privati sono stati invariabilmente pagati, quantunque talvolta controvoglia, dal 1809 fino al 1866, epoca dell’attuazione del nuovo codice civile. L’arbitrio municipale soppresse in bilancio la cifra del Supplemento. Dietro richiami e con Decreto Reale del 1872 vi venne riprodotto, ma non si è voluto mai pagare per questioni tuttavia pendenti tra Comune e Parroco titolare circa il suo ammontare. Riguardo ai privati debitori impugnanti morosi sonosi adoperate varie misure giudiziali coercitive, però tutte con danno della Mensa. Mancano, come si è detto, i titoli autentici del loro debito o sono prescritti. Manca eziandio oggi l’istesso titolo del possesso o d’esigere in quanto non hanno pagato da vari anni. E’ preclusa dunque ogni via, tanto nel possessorio (in giurisprudenza: rivendicazione per essere reintegrati nel possesso di fatto del terreno tralasciando la questione della proprietà) quanto nel petitorio (in giurisprudenza: azione volta alla rivendicazione della proprietà posseduta da altri). Unico mezzo di rimettere tutto in corrente sarebbe quello dell’incameramento dei beni da parte del Comune o del Governo dello Stato, i quali, godendo de’ privilegi fiscali, potrebbero costringere facilmente i morosi al pagamento o alla devoluzione de’ fondi, e con tal mossa si potrebbe esser sicuri di raggiungere lo scopo. Ma ciò pure, come tanti altri, è compito dell’Arciprete Signor Francesco.

Borrello 26 gennaio 1876

L’Economo Curato, Diomede Simonetti

Bilancio Parrocchiale 1868

REDDITI E PESI DELLA PARROCCHIA DI BORRELLO, ANNO 1868Egidio_1868b

Provincia di Abruzzo Citra, Circondario di Lanciano, Comune di Borrello Diocesi di: Trivento

Comune, denominazione: Borrello Provincia di: Abruzzo Citra

Invocazione: S. Egidio Abate

Sedi di libera collazione o di patronato: di libera collazione

Popolazione della Parrocchia: 1852 anime

Popolazione registrata al Comune: 1852

Rendite della Parrocchia

Rendite prebendali: Prebendali, lire 500 (a)

Fabbricaria parrocchiale: Numero de’ fabbricati: manca (b)

Rendita approssimativa: ==

Benefici di Cappelle e coadiutori: Se di libera collazione o di patronato: no (c)

Chiese tenute aperte al pubblico: Numero tre. Titolo: La Parrocchiale (di S. Egidio Abate), quella di S. Antonio da Padova, la terza di S. Lucia

A spese di chi: Delle Cappelle Laicali sotto l’istesso titolo, e di cui i beni addetti al culto sonosi già rivelati al demanio.

Osservazioni. (a) La controscritta rendita, di cui molte partite sono inesigibili per minimizzo di rendita, ed altri in questione presso l’autorità giudiziaria, è gravata dell’annuo peso di circa £. 74,00 oltre delle messe pro populo. Varia leggermente, ora in più ora in meno, secondo l’affitto di alcuni terreni, la seminagione di taluni altri di natura enfiteutica. Del prezzo de’ pochi terraggi che vi si ritraggono vi manca la metà del supplemento di congrua in £. 95,60 che il Comune ha erogato per l’assenza del Parroco. Tutta la rendita si divide in parti uguali tra il Parroco titolare e l’Economo Curato. (b) Il Comune finora ha mantenuto le fabbriche della Chiesa parrocchiale e di quella di S. Antonio; quest’ultima di patronato comunale. Le spese di culto e di mantenimento del medesimo a carico delle Cappelle laicali. (c) Mancano i Benefici e le Cappellanie coadiutorali. Il Coadiutore del Parroco viene pagato dal Comune.

Borrello 13 Aprile 1868, Diomede Simonetti Economo Curato.

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Le incisioni fatte eseguire nel 1891 dal sacerdote Don Diomede Simonetti sugli stipiti dell’ingresso del Casino dell’Arciprete in località Santo Marco

Bilancio parrocchiale 1864

REDDITI E PESI DELLA PARROCCHIA DI BORRELLO, ANNO 1864

Parrocchia 1864Provincia di Abruzzo Citra, Circondario di Lanciano, Comune di Borrello

Quadro statistico dei redditi e pesi della Mensa Arcipretale o Beneficio Curato sotto il titolo di S. Egidio Abate del Comune di Borrello, di libera collazione del Vescovo di Trivento e composto di 1.800 anime

Parte attiva – Indicazione de’ redditi e de’ loro debitori

Canoni fissi

Dai canoni annuali per vigne, orti, case, ecc. dovuti da vari naturali di Borrello la somma di lire 198,50.

Beni sulle trerre dell’ex Beneficio di S. Croce in territorio di Capracotta (Molise), dovuto dagli eredi del Sig. Giuseppe di Maio di Deliceto (Foggia): la somma in lire 34,00

Colonie perpetue

Dai terraggi nella ragione del decimo (10%) de’ frutti sulle terre dell’ex Beneficio di S. Benedetto in Trivento (1310 ….) dovuti da vari naturali di colà ed affittati per la somma in lire di 85,00

Beni alla ragione della mezza coverta ne’ soli anni di semina, col vitalizio del 5° (5%) ai coloni per la fondiaria, su diversi terreni siti nell’agro di Borrello e posseduti da vari naturali di detto Comune ragguagliati secondo la media proporzionale dell’ultimo decennio, la somma in lire 68,83.

Affitti

Dall’affitto de’ due terreni seminatori di libera proprietà, siti l’uno in contrada Fornesca, l’altro in contrada Spogne, tenimento di Borrello e posseduti da Nicola di Fiore, Concezio Di Nunzio e Antonio Spagnolo, la somma in lire 39,53

Capitali: ……………………………………. Nulla

Censi: ………………………………………. Nulla

Assegni sull’erario nazionale: ……. Nulla

Assegni sui fondi subeconomati: ..Nulla

Assegni sul Comune: ………………… Nulla

Totale della rendita: Lire 425,86

 

Parte passiva – Indicazione de’ pesi

1.    Fondiaria, somma in lire 2,59

2.    Censo cattedratico alla Curia Tridentina, lire 15,30

3.    Viaggi del Parroco per Trivento nell’annua ricorrenza della festa di S. Nazzario, lire 10,20

4.    Festa (?) di manomorta, lire 26,40

5.    Cursori spediti dalla Curia, lire 02,55

6.    Messe pro populo n° 93 all’anno, lire 79,05

7.    Legato pio (anniversario) pel fu Domenico Di Francesco, giusta il relativo testamento, lire 06,38

8.    Interesse annuo da Biase di Biase da Borrello pel credito di lire 212,50 che ei vanta sulla casa arcipretale,        lire  21,25

9.    Annua riparazione alla casa medes.ma, lire 05,00

Spese di culto, Assegno al Coadiutore: nulla perché le prime sono fornite dalle Cappelle laicali, il secondo è pagato dal Comune.

Totale dei pesi, lire 168,72

Bilancio

Attivo                              £. 425,86

Passivo                          £. 168,72

Supero per la congrua   £. 257,14

Borrello 16 novembre 1864, Diomede Simonetti Curato

Osservazioni. Oltre dette controscritte vendite, il Parroco esigeva pure dal Comune, pria del 1861 lire annue 191,25 per supplemento di congrua. Ma da quell’epoca in poi, mercè ingiusta deliberazione municipale cotal supplemento gli è stato denegato. Però dietro richiami e nuove discussioni egli è in via di ripristinamento. Si noti inoltre che tra le spese avrebbero dovuto segnarsi ancora quelle per la S. Visita triennale che pure vanno a carico del Parroco, ma si sono omesse perché non sempre si verificano.

La vigna della Chiusa

Un contratto enfiteutico del 14 agosto 1699

Un antico documento, a tratti poco leggibile, conservato negli archivi della Diocesi di Trivento, riguarda la concessione in contratto enfiteutico nel 1699 di un terreno di Borrello adibito a vigneto, situato nella contrada La Chiusa. L’esame del breve manoscritto fornisce alcuni spunti per interessanti considerazioni relative a Borrello risalenti a trecento anni fa. Lo scritto del notaio inizia con la seguente affermazione: “Ill.mo, Rev.mo, Sig.e D. Francesco Spagnolo Arciprete nella Mensa del Borrello ….. possiede un vigneto della stessa Mensa Archipresbiteriale ….. proprio nel luogo dove si dice La Chiusa, quale vigneto hanno deciso a darlo in enfiteusi” L’enfiteusi per il codice civile attuale è un diritto di godimento a favore del concessionario di un fondo, che rimane di proprietà del concedente. Il concessionario ha l’obbligo di pagare un canone e di eseguire migliorie. Nei secoli scorsi l’enfiteusi ebbe larga diffusione sulla proprietà ecclesiastica ed era caratterizzata dall’obbligo da parte dell’enfiteuta, colui al quale veniva concesso il fondo, di eseguire miglioramenti del terreno e di pagare un canone iniziale in denaro molto elevato, rispetto ai successivi canoni annuali. Il contratto poteva essere rescisso in caso di mancato pagamento del canone o di eccessivo deterioramento del fondo. L’atto notarile è datato “Borrelli 1699” in modo generale, al suo interno però vengono menzionate altre tre date più dettagliate, due di queste relative alla parte preparatoria alla stesura vera e propria del contratto. Infatti nell’introduzione all’atto si richiedevano le autorizzazioni per procedere alla stesura ulteriore. La prima autorizzazione è del 14 agosto 1699 “Ad Borrelli die 14 mense Augusti 1699”, mentre il benestare della Diocesi, quando era vescovo Antonio Tortorello, è datato il 18 agosto 1699 “Die decimo octavo mense Augusti 1699 in Terra Borrelli” ed è un tempo ragionevole di quattro giorni per consentire il viaggio fino a Trivento del notaio o di un suo incaricato; infatti le calligrafie delle differenti parti del contratto appartengono a persone diverse. Le autorità ecclesiastiche esortavano il notaio a compiere gli accertamenti necessari “….. si faccino li debiti requisiti …..” per confermare il possesso dei beni in questione e cioè il vigneto della Chiusa da parte della “…..Mensa Archipretale …..” della Parrocchia di Borrello. Il notaio come primo passo dovette procedere alla dimostrazione della proprietà della vigna e nell’atto cita come testimone degno di attendibilità un anziano di 68 anni “….. distintissimus D. Palmerio… etatis sue annorum sexaginta octo …..” il quale “…..interrogatus, si esso testimonio sa, che la Mensa Archipresbiteriale di essa terra del Borrello posseda vigna sul luogo, dove si dice La Chiusa, pertinenza di detta Terra, in che modo e con chi confina? …..” rese la seguente deposizione relativamente al possesso della vigna. “…..sò molto bene, che sul luogo, dove si dice La Chiusa pertinenza di questa medesima Terra la Predetta Mensa possiede una vigna di quattro mila due cento settant’otto viti, e là vi è anche una Cortina cioè pezzo di territorio senza viti attaccato all’istessa vigna con cinqui piedi di noci di capacità …..” In questo caso la cortina non si riferisce al sistema di impostare un vigneto, ma ad una area limitrofa al vigneto stesso, probabilmente poco adatta per l’impianto dei filari delle viti e quindi meglio utilizzata per la produzione delle noci.

Il contratto enfiteutico della vigna della Chiusa

Il contratto enfiteutico della vigna della Chiusa

Il contratto enfiteutico della vigna della Chiusa

Il contratto enfiteutico della vigna della Chiusa

La posizione esatta della vigna viene indicata nel documento dallo stesso testimone: “…..confina da una parte con li beni della venerabile Cappella del SS.mo Rosario di questa Terra, con li beni patrimoniali del Rev.do D. Lorenzo di Luca, con l’Ospidale, con la vigna di Lonardo di Evangelista e dall’altra parte con la via pubblica, et è stata coltivata, e più volte affittata dall’hodierno Arciprete il Rev.mo D. Francesco Spagnuolo, come sempre l’hò vista coltivata, et affittata da suoi Antecessori particolarm.e dal Sig.r Arciprete D. Lonardo di Nunzio …..”. Per il vigneto della Chiusa, che contava 4.278 viti, veniva stimata la superficie in tomoli (l’indicazione esatta non è leggibile), ma il solo tratto di cortina era di “….. mezzo tomolo, in circa …..”. Da essa si ottenevano “….. quasi tre salme di mosto di reddito l’anno, et hora quasi quattro salme …..”. Infine il contratto riporta la valutazione del terreno con la conta delle viti e del valore presunto, escluso la cortina delle noci che ora vengono indicate con il numero di sei invece di cinque. “…..sò che detta vigna pe’ essere lo stato richiesto dal Parroco hodierno Sig.ree Arcip.te D. Francesco Spagnuolo si stimava essa vigna, ho trovato, che sia di quattro mila due cento settant’otto viti, e pure in detto luogo vale dodici docati il migliaro, in tutto arrivano alla somma di docati quaranta nove, carlini sette e grana otto, e la Cortina, che stà contigua con sei arbori di noci …..”.

Vale la pena ricordare il sistema delle misurazioni in vigore anticamente nelle aree dell’Italia meridionale. In passato nella provincia di Chieti l’unità di misura delle superfici agricole era il Tomolo con la seguente scala delle misure correlate: Salma, Tomolo, Mezzetto, Coppa, Misura.

     1 salma    =    3 tomoli

         1 tomolo   =    2 mezzetti

1 mezzetto    =    2 coppe

      1 coppa    =    6 misure

Il Tomolo equivaleva a 32,4361 are, cioè a 3.243,61 mq., ma tale valore variava leggermente nelle singole località e nella medesima località a seconda se la valutazione veniva conteggiata per la vendita o per l’affitto del fondo. Per esempio il Tomolo a Capracotta equivaleva a 3.386 mq. per la valutazione degli affitti e 2.468 per i contratti di compravendita. Il Tomolo di Agnone valeva 3.085 mq., quello di Pescopennataro era di 2.499 mq, il Tomolo di Borrello, Castel del Giudice, S. Angelo del Pesco e S. pietro Avellana equivaleva a 2.469 mq.

Come fu calcolato il Tomolo? Questa misurazione era equivalente ad un rettangolo che misurava 30 x 40 Passi, cioè pari a 720 Passi quadrati; ilPasso a sua volta era formato da 7 palmi di 26,45 cm. l’uno. Il Palmo era l’unità di misura minima, all’epoca del contratto della vigna della Chiusa era poco più di 23 cm., successivamente esso era stato definito come la settemillesima parte del grado medio del meridiano terrestre ed essendo il Metro la quarantamilionesima parte del meridiano stesso si ottiene:

40.000.000 / (360 x 60 x 7.000) = 0,2645m = 26,45cm

Nella determinazione del valore della vigna della Chiusa vengono indicate alcune monete in uso all’epoca: ducato, carlino e grana.

Ducato del 1684 coniato da Carlo II (1674-1700), equivalente a 4,25 lire, moneta d’argento in uso nel Regno di Napoli e poi nel Regno delle due Sicilie fino al 1865

Ducato

Carlino del 1794 coniato da Ferdinando IV (1759-1816), equivalente a 0,425 lire moneta in oro e argento coniata da Carlo I. Equivalente a 10 grani, a 20 tornesi, a 0,4368 lire, fino al 1784; a 0,4249 lire dal 1784 al 1814

Carlino

Grana del 1720 coniato da Carlo di Borbone, equivalente a 2 tornesi o 3 quattrini, a 12 cavalli, a 0,0437 lire fino al 1784

Grana

I Borrello alla prima Crociata, 1096

Crociata Partenza (3)

 

Il 27 novembre 1095 il papa Urbano II rivolse un appello alla cristianità, “…E’ impellente che vi affrettiate a marciare in soccorso dei vostri fratelli che abitano in Oriente, … I Turchi e gli Arabi si sono scagliati contro di loro e hanno invaso le frontiere … fino al luogo del Mar Mediterraneo … A coloro che, partiti per questa guerra santa,  perderanno la vita sia durante il percorso di terra, sia attraversando il mare, sia combattendo gli idolatri, saranno rimessi per questo stesso fatto tutti i peccati …”  La crociata ebbe inizio il 15 agosto 1096 e delle quattro armate che ne facevano parte una era quella italo-normanna comandata da Boemondo d’Altavilla, primogenito di Roberto il Guiscardo. Un vecchio manoscritto ricco di abbondanti notizie sui Figli di Borrello, desunte da diversi storici del Regno di Napoli, senza data né firma, bruscamente interrotto alla ventunesima pagina, rifacendosi al Catalogus Baronum descrive nei dettagli il consistente contributo dei Borrello alla composizione dell’esercito normanno alla crociata. Il manoscritto ad un primo esame sembra contenere molte imprecisioni e una serie di informazioni scollegate tra loro, in stili diversi per ciò che riguarda la forma e quindi da ritenersi poco attendibili. Ad una lettura più attenta però è evidente che l’anonimo scrittore ha raccolto molte notizie sui Borrello desumendole da vari autori tra cui Giovanbattista Panichelli Abate (probabilmente si tratta dell’abate Gio Battista Pacichelli), dal Catalogus Baronum e altri testi. La cautela necessaria per prendere in considerazioni le notizie del manoscritto non permette di sapere con esattezza se l’elenco dei Borrello che contribuirono alla spedizione in terra Santa ebbe realmente un seguito di fornitura di uomini e denaro o se rimase solo una lista di buone intenzioni. Anche se il testo in questione necessita sicuramente di verifiche e soprattutto di riscontri storici con altre fonti dell’epoca vale la pena di citarne alcuni passi (gli errori di scrittura sono gli stessi del documento):

Il manoscritto sulla partecipazione dei Borrello alle Crociate

Il manoscritto sulla partecipazione dei Borrello alle Crociate

 “Nella prima crociata contro i Turchi che occupavano il sepolcro di Gesù Cristo unito a Gerusalemme e via discorrendo, anche i conti e signori Borrelli vollero accorrervi a dar aiuto d’armi.

1.    Dal conte Gionata de Carinola Bartolomeo Borrello, che come suo padre Mario Borrello tenea tutto lo stato che fu di Gregorio Pagano e Landolfo d’Aquino, teneva Alvito, Campora e Guarano d’Aquino, fu offerto in servizio di 20 uomini a cavallo e 30 fanti.

2.    Landolfo Borrello, per Strantogallo offerse 2 uomini atti alle armi.

3.    Guglielmo di Montefuscolo, ed Alessandro suo fratello, offersero 40 cavalieri e 60 fanti.

4.    Adinolfo d’Aquino, per Settefrati offerse 8 uomini atti all’armi.

5.    Guglielmo d’Andra ch’era signore D’Aremona, terra distrutta sul distretto d’Isernia, offerse 2 cavalieri e 4 fanti.

6.    il conte Simone di Sangro figlio del conte Todino, per Castel di Sangro, nel principato di Capua, per Schienaforte, Roccasecca, Alfidena, Barrea, Roccatramonti, Rocca di cinque miglia, Coll’Angelo, Scannoli, Frattura, Castro, Bognara e Castel del Tasso sullo stato dei Borrelli, offerse 197 cavalieri e 476 fanti, alla quale offerta niun altro benchè grande e potente signore del regno di Napoli, arrivò.

7.    Orrisio Borrello, per tre parti di Castiglione, per Belmonte, Rocca dell’abate, Faldo, Pescoasseroli e per i suoi suffeduatari, offerse 29 uomini a cavallo e 50 fanti.

8.    Guglielmo Borrello signore d’Agnone, Castel del Giudice, Monteforte e per i suoi suffeduatari che tenevano Macchia, Castelnuovo, Castelbarone, Vastogilardi e Capracotta, contribuì con 32 cavalieri e altrettanti fanti.

9. Rinardo Borrello, per Picanio, Montenero di Bisaccia, e Portella diede 6 uomini d’armi.

10. Rainaldo Borrello detto ancora di Pietrabbondande, per Frisolone e Campolieto, offerse 8 cavalieri e 8 fanti.

11. un’altro Borrello con Roberto suo fratello, per Monte S. Angelo, Cillina, Ripa e alcuni suffeduatari, offersero 24 cavalieri e 68 fanti.

12. Oderisio Borrello, figlio di Amissadap di Malanotte (Buonanotte), per Malanotte, Basilica e Butisco, 6 soldati a cavalo e 12 fanti.

13. Benedetto della Vipera, Tenea la Vipera da Nevelone de Ponte, e per il tal feudo pagava 1 uomo d’armi. …

Oltre le terre e castelli predetti ed altri ch’erano in passato in dominio dei Sangri, possedevano i Borrelli in questi tempi altri assai, coè Rosello, Civita Borrella, Pietra Guaranzana (Ferrazzana), Carpineto, Ariano (Archi) Oppido, Malacocchiara, Cantalupo, Monteformoso, Casalpiano, Casalanguida, Squintone (Scontrone), Pescopennataio, Civita Colle, Montearsaro, Rigo di Stiria, Fuoroli (Forlì), Calcasano, Rocca de Pizi ed altre, e perciò la stimavano per una delle più potenti e ricche famiglie del Regno di Napoli. Tutti quasi queste terre, paesi, castelli ecc. ora non si trovano più o di nome o …”

Crociata Catalogo (1)L’armata di Boemondo, nella quale, secondo il manoscritto sopra citato, erano inquadrati i militi forniti dai Borrello, combatté valorosamente nella battaglia di Dorileo il 1° luglio 1097 per la liberazione di Nicea; il 15 agosto fu attaccata dai Turchi del sultano Kilij Arslan, ma fu salvata dall’intervento provvidenziale di Goffredo di Buglione che si trovava in retroguardia; nel mese di ottobre partecipò all’assedio di Antiochia e a dicembre sconfisse il re di Damasco Duqaq. Presa Antiochia Boemondo vi fu a sua volta assediato dal persiano Kurquba, il 28 giugno del 1098 uscì dalla città e in una grande battaglia sconfisse i nemici. Poco dopo giunsero in città le altre armate cristiane comandate da Raimondo di Tolosa, Goffredo di Buglione, Roberto di Fiandra e da altri capi che, prima di intraprendere l’ultima marcia verso Gerusalemme, assegnarono Antiochia a Boemondo di Taranto. Questi non prese parte all’atto finale della crociata, cioè alla conquista di Gerusalemme, rimase and Antiochia con tutto il suo esercito.Crociata carta (4)

Le uccisioni del 1799

Considerazioni sul massacro di Altino

L’uccisione di 5 abitanti di Borrello, Alessandro D’Auro dottore fisico di 65 anni, don Carlo Zocchi sacerdote sessantenne, don Giulio Zocchi sacedote di 39 anni, don Domenico Elisio sacerdote di 33 anni e Silverio Zocchi studente ventenne, avvenne il 22 febbraio 1799 ad Altino e viene indicata come uno dei tanti eccidi massisti avvenuti nell’ambito delle vicende relativi al breve periodo della Repubblica Partenopea. Di questa violenta esecuzione si sono occupati diversi autori: è citata per la prima volta nel 1998 da Eugenio Maranzano nel libro “Borrello tra i vicini comuni della Val di

Banda massista in Abruzzo

Banda massista in Abruzzo

Sangro” inesauribile fonte di accurate informazioni; nel 1999 Annamaria De Cecco se ne è occupata nell’articolo “La valle nella tempesta, testimonianze notarili sulla Repubblica Giacobina nel Sangro-Aventino” pubblicato dall’editore Tinari su “Abruzzo – Rivista di storia del territorio abruzzese”; subito dopo la De Cecco insieme a Miria Ciarma è tornata sull’argomento citandolo nel 1° volume de “Il 1799 in Abruzzo”.

BREVE CRONOLOGIA DEL FATTO (Desunto dalle fonti sopra citate). All’inizio di febbraio 1799 alcuni cittadini di Borrello, contadini da sempre sfruttati dal persistere di antiche prerogative feudali, si erano appropriati con la forza delle terre di Pilo appartenenti alle tenute del feudo baronale di Borrello. Non siamo di fronte ad una collaborazione con i repubblicani giacobini e nemmeno alla conseguenza di una convinta adesione alle idee francesi di libertà e abolizione dei privilegi, ma piuttosto ad un tentativo della popolazione più povera sottoposta al barone di scrollarsi di dosso i vecchi obblighi feudali, attraverso un atto di forza attuato in un momento di debolezza delle istituzioni del Regno di Napoli. Il 14 febbraio in una taverna di Borrello vengono sequestrate ad un corriere proveniente da Atessa e diretto a Napoli due lettere del barone di Borrello Felice Mascitelli nelle quali egli esprimeva ai destinatari tutti i suoi timori per l’eventualità di perdere titolo, feudo, potere e prestigio a causa delle nuove leggi della Repubblica Partenopea. Il 19 febbraio i massisti giungono a Borrello e quattro dei cinque Borrellani coinvolti vengono catturati dalla banda armata proveniente da Altino, senza nessuna motivazione apparente. Il 20 febbraio dopo l’arresto del quinto prigioniero, l’Arciprete don Domenico Elisio, la banda riparte da Borrello con i catturati, alla volta di Altino, dove arrivano presumibilmente nella giornata del 21 febbraio. Il 22 febbraio 1799 i cinque Borrellani vengono trucidati ad Altino e sepolti nella locale chiesa di Santa Maria del Popolo. Poco tempo dopo la morte dei cinque, la famiglia della sorella di Alessandro D’Auro arriva a Borrello e si impossessa di tutti gli averi del morto, compreso il denaro contante della moglie Anna Luisa Romerj, deceduta precedentemente, e subito dopo comincia a mettere in vendita anche le case di proprietà di Alessandro. Il 26 marzo 1799 Francesco Antonio Corsi notaio e Michelangelo D’Auro, parenti di Alessandro d’Auro, insieme ad altri due testimoni di Borrello, rilasciano una testimonianza al notaio di Rosello, secondo la quale i cinque protagonisti furono effettivamente catturati il 19 di febbraio. Nel settembre del 1799 Vincenzo Romerj di Chieti, cognato di Alessandro D’Auro ricorre al tribunale di Chieti, la Regia Udienza, cita l’orrendo massacro del cognato e indica il Barone Felice Mascitelli, feudatario di Borrello, di essere il responsabile dell’eccidio, dichiara corrotto il tribunale di Borrello, quello presieduto dal Barone, e sospetta che questi voglia acquistare le case che Alessandro d’Auro possedeva a Borrello dalla sorella di lui.

IL REGNO DI NAPOLI ALLA FINE DEL 1798. Per contribuire a fare chiarezza sull’accaduto ho ritenuto utile fornire un contributo per meglio descrivere il quadro degli avvenimenti storici che caratterizzava all’epoca il Regno di Napoli e in particolare le regioni abruzzesi. Si tratta di una sintesi generale di ampio respiro rispetto al singolo episodio in questione che spero possa aiutare a comprendere meglio il clima nel quale maturò questo fatto violento.

 

Il re Ferdinando IV

Il re Ferdinando IV

La regina Maria Carolina

La regina Maria Carolina

Nell’ultimo decennio del 1700 il Regno di Napoli è di fatto nelle mani di tre personaggi critici, quali il re Ferdinando IV, che Benedetto Croce benevolmente descrive come “… un uomo pacifico, dedito alla buona tavola e alla caccia alle femmine …”, la regina Maria Carolina, ambiziosa e volitiva, ossessionata da ciò che accadeva in Francia dopo il 1789 e soprattutto dopo l’esecuzione capitale della sorella Maria Antonietta regina di Francia, infine il ministro Acton per il quale la politica è innanzi tutto un mezzo al servizio della propria cupidigia e della propria avidità. In tutto il regno vengono infittiti i controlli di polizia per bloccare sul nascere qualsiasi segno riconducibile alle nuove idee che provenendo dalla regione francese si diffondevano rapidamente fino al sud Italia. Allo stesso tempo il re si rende conto di non possedere un esercito adeguato per potersi difendere dalle mire espansionistiche della Francia e a partire dal 1794 avvia un vasto progetto di riforma delle forze armate, ma di fronte all’invasione francese di li a pochi anni, il lavoro fatto si sarebbe rivelato insufficiente. Dal 1796 inizia una diffusa militarizzazione dell’Abruzzo, regione strategica per la difesa del Regno, in funzione di opposizione alle campagne francesi nell’Italia del nord; in particolare il centro del sistema difensivo è collocato a Sulmona in considerazione della sua favorevole posizione tra le più importanti vie di comunicazione dell’area.

La situazione precipita quando alla fine di novembre generale francese Championnet da Roma entra nel Regno di Napoli e il 3 dicembre inizia l’occupazione militare dell’Abruzzo. Invia sul posto il generale Duhesme e il generale Lemoin i quali con azioni fulminee occupano le fortezze strategiche della regione, Civitella del Tronto, Pescara, L’Aquila, Città Ducale e poi convergono su Sulmona. A questo punto l’invasione francese e la guerra sono alle porte della vallata del Sangro, ma per il momento i centri interessati sono essenzialmente quelli dell’alto Sangro.

I farncesi in Abruzzo nel 1799

I Francesi in Abruzzo nel 1799

Prima di questo periodo gli Spagnoli avevano considerato l’Italia meridionale una provincia del Regno di Spagna e di conseguenza nessuno si era adoperato per costituire un esercito italiano locale, Ferdinando IV è vero ci aveva provato, sotto la spinta del pericolo imminente, ma non ne aveva avuto il tempo e difatti di li a poco avrebbe pensato bene di fuggire con la famiglia e buona parte della cassa dello stato in Sicilia. In conseguenza di ciò a partire dal dicembre 1798, dopo la fuga del re, tocca alla popolazione reagire contro i 12.000 invasori francesi e prendere le armi: fucili, asce, forconi e sassi, per difendere le famiglie, le case, la terra e anche il re. In effetti Ferdinando IV aveva inviato per il regno emissari, per la verità dalla condotta non sempre esemplare, per incitare la popolazione a salvare la patria dai cattivi in nome di Dio e vengono approntate ovunque vere e proprie bande armate in funzione antifrancese, mentre i più colti e una piccola parte del clero osservano con interesse il vento delle nuove idee di libertà e uguaglianza. Accade però che a questi contadini, improvvisati soldati, armati con poco o nulla oltre il coraggio e la convinzione di combattere per il giusto, si affiancano, spesso sopraffacendoli in numero e in ferocia, reietti, ex carcerati, sbandati, ladri e assassini. La nobiltà, i possidenti e il clero sostengono e indirizzano ai loro fini la reazione antigiacobina del Regno di Napoli e in nome della difesa della patria e della religione, contro i Francesi e i loro simpatizzanti, vengono compiuti omicidi, violenze, tradimenti, sacrilegi, impiccagioni, squartamenti e persino atti di cannibalismo. Non è difficile dubitare della buona fede di tali loschi personaggi, molti di costoro portano dietro coccarde repubblicane e coccarde della monarchia che appuntano sulla giacca a seconda che la situazione militare volga a favore dell’esercito francese o napoletano.Tra la fine del 1798 e gli inizi 1799 vengono rubati gli arredi sacri in molte chiese, sono accusati di simpatia verso i Francesi molti possidenti con il solo fine di derubarli e saccheggiare le loro case, vengono assassinati nemici personali e vicini insofferenti: basta un semplice sospetto o una vaga denuncia per essere dichiarati giacobini, arrestati e impiccati senza alcun tipo di giudizio. Inoltre sciacallaggi, incendi, furti e altre crudeltà sono commessi da tutti i protagonisti: esercito francese, esercito regolare napoletano, masse contadine, giacobini, legittimisti, realisti, municipalisti e sanfedisti.

Il generale Jean Etienne Championnet

Il Generale Jean Etienne Championnet, comandante in capo dell’armata francese nell’Italia meridionale

Il generale Philibert Duhesme

Il Generale Philibert Duhesme, comandante delle truppe francesi in Abruzzo

Il Generale Jean-Baptiste Dominique Rusca

Il Generale Jean-Baptiste Dominique Rusca, Comandante di una delle colonne francesi nella val di Sangro

Come spiegare tutto ciò? Come è stata possibile tanta violenza tra la gente dello stesso popolo in contrade fino ad ora isolate e tranquille? Le masse, vere e proprie bande armate, sono costituite inizialmente da pastori e contadini e sono convinte di combattere per la propria gente, per i propri beni, per il

Il Generale Paul Charles François Thiébault

Il Generale Paul Charles François Thiébault, comandante dei Francesi nella battaglia di Castel di Sangro

regno e per il re, che garantiva l’ordine sociale messo a rischio dai nuovi conquistatori stranieri, ma esse sono anche manovrate da emissari reali, dalla maggior parte del clero e dai baroni locali. Tutti costoro avversano i Francesi e più ancora le idee di libertà che essi propagano e per questo favoriscono a capo delle bande di massa personaggi violenti, facilmente influenzabili ai loro fini, talvolta reclutati nelle carceri, condannati, nobili diseredati pieni di rancore, disertori, fuoriusciti accecati dall’odio, preti di dubbia vocazione e altri ancora. In particolare molti parroci, per un eccesso di zelo, contribuiscono agli appelli del re, incitando durante le omelie il popolo ad insorgere con ogni mezzo contro i nemici invasori.

Questo è il quadro di sintesi del periodo storico nel quale maturano la cattura, la condanna a morte e l’uccisione dei cinque cittadini di Borrello, ma veniamo alla cronaca di quei mesi e ai fatti più salienti.

IL QUADRO STORICO E POLITICO 1798-1799. Chi sono i capimassa? Quali sono le loro azioni più clamorose e le loro maggiori colpe? Giuseppe Pronio di Introdacqua è senz’altro il più noto, opera tra Sulmona, Roccaraso e l’Adriatico, tra le sue imprese più note la sconfitta inflitta ai Francesi a Sulmona nel gennaio del 1799 e la conquista della fortezza di Pescara alla fine di giugno 1799. A Sulmona agiscono protetti dal territorio delle montagne circostanti Marco Spacone, Pasquale Giannarisca, Domenico Ognibene, Camillo Corvi e tanti altri; Michele Celli, Diego Santarelli, Vincenzo Devera combattono a Popoli; Ilarione Presutti, Pelino Rossi, Epifanio Colella e altri a Pratola Peligna; Gaetano Gatta parroco di Anversa degli Abruzzi; Damaso Recchione a Campo di Giove, Salvatore di Monticchio che riprese L’Aquila ai Francesi; altri capimassa in diversi centri dell’Abruzzo, Citra e Ultra, dall’entroterra alla costa e numerosissimi altri ancora che agiscono in aree che al momento non interessano. I capimassa più vicini a Borrello operano a Castel di Sangro e sono concentrati contro i Francesi che provenendo da Sulmona proseguono verso Isernia, ovviamente ci sono molti altri capetti locali. Da segnalare che molti di costoro una volta partiti i Francesi e tornato Ferdinando IV sul trono furono arrestati e impiccati sulle pubbliche piazze.

Il capo massa Michele Pezza "Fra Diavolo"

Il capo massa Michele Pezza “Fra Diavolo”

L'albero della libertà

L’albero della libertà

Abbiamo lasciato i soldati Francesi che ai primi di dicembre 1798 entravano in Abruzzo, l’11 dicembre il generale Duhesme occupa Teramo e si dirige verso Pescara e Chieti, qui, pensando di portare soccorso alla fortezza pescarese, vengono liberati tutti i detenuti a prescindere dalla gravità del reato commesso, ma mentre vengono armati costoro si danno immediatamente al saccheggio della città per poi fuggire. Il generale francese Lemoin conquista L’Aquila il 16 dicembre, si rimette in marcia e il 24 dicembre giunge a Popoli dove si incontra con le truppe del Duhesme. Entrambi i generali risalgono lungo la Valle della Maiella e da qui si spostano lungo la valle del Sangro dove si tengono pronti a raggiungere il generale Championnet in marcia verso Napoli lungo la costa tirrenica. Il 23 dicembre 1798 si arrende la fortezza di Pescara e la notte dello stesso giorno il re fugge da Napoli e si imbarca verso Palermo. Il 30 dicembre al generale Duhesme viene ordinato di concentrare il grosso delle truppe a Sulmona e di tenersi pronto a partire alla volta di Capua lasciando in Abruzzo i militari limitatamente alle azioni di polizia e di sorveglianza. Il 5 gennaio 1799 il generale francese Rusca, sfuggendo alla sorveglianza della banda del capomassa Pronio, da Sulmona sale a Roccaraso e sceso a Castel di Sangro prosegue alla volta di Isernia. Diversamente le più numerose truppe del Duhesme il 9 gennaio sono intercettate dal Pronio all’imbocco della gola di Rocca Valle Oscura (Roccapia), ma vengono lasciate passare in cambio della promessa di non attaccare nel corso delle ostilità Introdacqua, paese natale del Pronio, sacrificando in tal modo la vallata del Sangro. Il giorno 11 i Francesi arrivano a Castel di Sangro dove contano di requisire le case per la sistemazione delle truppe, siamo in pieno inverno, ma gli abitanti hanno sbarrato le strade con barricate costruite con ogni genere di materiale. I Francesi sono costretti ad assalire più volte il centro abitato e sempre sono investiti da spari e lanci di sassi, mattoni, tegole, carboni accesi, olio e acqua bollenti e non pochi soldati della 64a legione e della legione Cisalpina rimangono sul terreno. A fine giornata l’11° reggimento dei Francesi aggira gli insorti di Castel di Sangro che sbandano e sono uccisi per lo più a sciabolate; per ore continua il linciaggio militare, come lo chiamò nel suo diario il generale Thiébault, finché tutti coloro che sono trovati con un arma in pugno (anche il forcone è un’arma) o sono riconosciuti per aver partecipato ai combattimenti sono sterminati. L’abitato di Castel di Sangro è risparmiato perché devono alloggiarvi le truppe del generale Monnier anch’esse in arrivo da Sulmona. Quest’ultimo è rimasto bloccato a Pettorano da una bufera di neve e tutta la sua avanguardia viene ritrovata alcuni giorni dopo morta assiderata all’inizio della gola che sale verso Roccaraso. Finalmente Duhesme e Lemoine superano il Sangro e proseguendo in territorio molisano si ricongiungono con lo Championnet a Venafro, l’armata francese così ricostituita giunge a Capua il 14 gennaio 1799. Contemporaneamente alla diminuzione della pressione francese nelle prime settimane di gennaio comincia a manifestarsi in Abruzzo l’azione sempre più violenta dei capimassa.

Rappresentazione della Repubblica Partenopea

Rappresentazione della Repubblica Partenopea

Questi in una sintesi molto concentrata gli avvenimenti che si svolgono nell’Abruzzo interno nel periodo preso in esame, ma cosa accade nello stesso tempo lungo le coste abruzzesi dell’Adriatico? Il 1° gennaio 1799 Lanciano si schiera con i Francesi, vengono affissi proclami con le parole libertà e uguaglianza in evidenza, contrari al re e alla sua famiglia, contro i baroni e lo sfruttamento dei contadini e di conseguenza in città tutti indossano le coccarde tricolori della repubblica, anche perché sono presenti i soldati della nuova Legione Napoletana filo francese e un reparto di quaranta dragoni di Francia. Anche altri centri della costa, tra i quali Casalbordino e Torino di Sangro, seguono l’esempio di Lanciano e si dichiarano favorevoli ai Francesi.

Intanto, il 23 gennaio 1799, il generale Championnet entra a Napoli ormai abbandonata da ogni vertice istituzionale e proclama la nascita della Repubblica Partenopea. In men che non si dica i Francesi ristrutturano le amministrazioni locali, particolarmente complessa quella dei due Abruzzi più volte modificata, aboliscono la feudalità, dichiarano decadute tutte le giurisdizioni baronali, annullano le prestazioni di servizi personali. A fine gennaio 1799 le truppe francesi sono concentrate a Napoli, il re Ferdinando IV è in Sicilia e sta meditando la spedizione del Cardinale Ruffo che dovrà liberare il regno partendo dalla Calabria e dalla Puglia, gli Abruzzi, Citra e Ultra, sono di fatto nelle mani delle bande dei capimassa. Questi sono aizzati principalmente dai baroni contro quei notabili, possidenti, contadini e semplici cittadini che avevano simpatizzato per le idee francesi. I baroni in particolare sentono ormai seriamente minacciati il proprio potere e la propria autonomia, quello che era accaduto in Francia è ormai alle porte di casa e dentro casa. Non meno preoccupato è quasi tutto il clero che nelle nuove idee rivoluzionarie vede minacce ancor più spaventose.

Il Cardinale Ruffo

Il Cardinale Ruffo

Ai primi di febbraio 1799 ha inizio lo sterminio programmato dei filo francesi: tra il 2 e il 6 febbraio in seguito a convulse terribili vicende vengono assassinati i repubblicani di Vasto: un prete capomassa Angiolo de’ Minori compila una sua lista di Giacobini e fa arrestare e uccidere molti cittadini con il solo scopo di depredare le loro case. Sempre in quei giorni ed esattamente il 7 febbraio 1799 inizia in località lontanissime dall’Abruzzo un evento che si sarebbe rivelato risolutore di tutta la situazione caotica fin qui descritta nel Regno di Napoli a favore del re Ferdinando IV: la spedizione del cardinale Ruffo. Questi sbarcato sulle coste calabre l’8 gennaio inizia una lunga marcia per liberare Napoli dallo straniero, tutti i paesi attraversati forniscono uomini e mezzi all’armata sanfedista che risaliva il regno in nome del re e della religione sotto le bandiere bianche della Santa Fede. I sanfedisti del cardinale Ruffo, il cui numero ormai è arrivato a circa 8.000 uomini, percorrono la Calabria non senza ostacoli e allora il cardinale promette il perdono per coloro che a qualsiasi titolo hanno collaborato con i Francesi e simpatizzato con le loro idee, allo scopo di attenuare i contrasti. A fine marzo 1799 la Calabria è riconquistata e il Cardinale Ruffo passa in Basilicata e quindi in Puglia. Qui Bari con qualche altra importante città si è schierata con i Francesi ed ha approntato un discreto reparto di soldati della nuova repubblica, ma a maggio lo sbarco di un notevole contingente di militari russi con artiglieria, in aiuto del cardinale, costringe i repubblicani alla fuga e a risalire rapidamente verso l’Abruzzo per rifugiarsi nella fortezza di Pescara. Subito entrano in funzione le bande massiste con il Pronio in testa, che ha ricevuto l’ordine dal cardinale Ruffo di non attaccare eventuali Francesi in ritirata. Ovunque costoro abbandonano al loro destino quegli Italiani che fino a qualche giorno prima erano stati loro alleati: infatti man mano che i Sanfedisti risalgono verso nord si verificano ancora violenze, uccisioni e anche condanne a morte ufficiali. L’11 giugno un reparto di Turchi da man forte al Ruffo per conquistare Nola alle porte di Napoli dove il cardinale fa il suo ingresso trionfale il 13 giugno 1799: il regno di Ferdinando IV è riconquistato e i Francesi si stanno ritirando verso nord, rimangono le bande armate dei capimassa. In Abruzzo molti tornano a fare i pastori e i contadini, ma molti altri sono rimasti armati e per un non nulla scoppiano liti violente che spesso terminano con ferimenti e omicidi. E’ urgente fare qualcosa: le masse sono dichiarate fuori legge, coloro che si erano dati al brigantaggio sono arrestati e quasi sempre impiccati, le carceri di Chieti e di Pescara sono di nuovo strapiene di delinquenti che si sono

La bandiera sanfedista

La bandiera sanfedista

macchiati di crimini orrendi e che a loro insaputa erano stati abilmente manipolati dal re, dal cardinale Ruffo e dalle baronie locali. C’è da dire anche che molti capimassa vengono inglobati nell’esercito regolare borbonico con il grado di ufficiali, il Pronio diventerà addirittura generale. Il processo di pacificazione non è immediato, il clima di sospetto, di persecuzione e di vendetta si protrae per un paio di anni fino al 28 marzo del 1801 quando il re promulga un indulto generale. Viene da chiedersi cosa fosse cambiato nell’Italia meridionale dal dicembre 1798, anno di inizio dell’occupazione francese, al luglio 1799 quando Ferdinando IV si reinsediò ufficialmente sul suo trono. Praticamente quasi nulla: i signori e i possidenti continuano ad essere tali e a sfruttare fino all’eccesso i contadini più poveri, i braccianti e i pastori. I problemi sociali, gli equilibri di potere, la situazione economica, tutto torna come prima. Anzi no, qualcosa di diverso c’è, quasi ogni famiglia ha il suo lutto, ognuno è un po’ più povero, ognuno ha subito il suo piccolo o grande danno economico, ovunque qualche ferita da rimarginare: tutti hanno perso qualcosa.

Percorsi delle armate francesi in Abruzzo

Percorsi delle armate francesi in Abruzzo

ALCUNE CONSIDERAZIONI. L’armata francese in Italia meridionale contava circa 12.000 uomini e per questo il successo poteva dipendere in larga misura dall’abilità di concentrare le truppe di volta in volta su un obiettivo strategicamente o politicamente importante, per poi spostarle rapidamente e ricongiungerle altrove per una nuova impresa e così via. Queste azioni dovevano essere condotte con estrema rapidità lungo le direttrici nevralgiche del Regno di Napoli e cioè lungo la rete della viabilità, la quale negli Abruzzi si presentava particolarmente articolata e complessa. Nel caso in questione è da considerare che all’epoca non esisteva una arteria vera e propria che collegasse Castel di Sangro alla costa. Oltre Villa Santa Maria i viaggiatori erano costretti a guadare continuamente il fiume Sangro e soprattutto in inverno non era cosa da poco, per poter utilizzare i tratti di strada ora a destra ora a sinistra del fiume.

La prima considerazione che ne consegue è che i Francesi in Abruzzo si mossero e operarono lungo le direttrici che percorrono la costa adriatica da nord a sud, lungo la linea che da Pescara, passando per Popoli, si dirama verso L’Aquila e la Marsica, verso Sulmona e da qui in direzione di Roccaraso, Castel di Sangro e Venafro. Se ne deduce che i Francesi non agirono, se non in maniera marginale, nella media valle del Sangro, mentre rimasero a pieno coinvolte la zona della foce del fiume e l’area dell’alto Sangro a partire da Castel di Sangro. Quasi certamente è da ritenere che non ci siano stati importanti contatti diretti tra i militari francesi e gli abitanti di Borrello.

La seconda considerazione è che le azioni più eclatanti della guerriglia delle bande massiste si concretizzarono ovviamente nelle stesse aree in cui operavano i Francesi e cioè solo marginalmente nel medio Sangro, dove certamente si verificarono episodi sporadici. Ne consegue che gli abitanti di Borrello non furono particolarmente invisi alle bande massiste in quanto queste agivano altrove e che l’assassinio dei cinque Borrellani non fu concepito all’interno di una banda massista particolare, con la quale tra l’altro era poco probabile che i cinque avessero a che fare.

La terza considerazione riguarda gli effetti della spedizione del cardinale Ruffo in relazione all’eccidio dei Borrellani; i due eventi non possono essere collegati tra loro, infatti il 3 aprile 1799, l’eccidio era avvenuto il 22 di febbraio, l’armata del cardinale stava attraversando il territorio di Matera per recarsi in Puglia contro la città di Bari. Solo nel mese di maggio 1799 il Ruffo coordinò la sua azione nell’area abruzzese con il capomassa Pronio e gli altri capimassa dell’Abruzzo Citra per intercettare i repubblicani pugliesi che fuggivano in direzione di Pescara, ma si trattava di una azione che si svolgeva lungo il litorale adriatico e non verso l’interno. E’ assolutamente da escludere l’assassinio dei Borrellani in relazione all’avanzata dell’armata sanfedista in quanto questa arrivò negli Abruzzi solo molto più tardi. Se vi fu un collegamento esso fu solo indiretto in quanto il rapido diffondersi della notizia che la spedizione del Ruffo era iniziata in Calabria l’8 febbraio del 1799 e stava avendo un grande successo potrebbe aver incoraggiato delazioni, vendette e linciaggi perpetrati localmente.

Quarta considerazionela data dell’uccisione, il 22 febbraio 1799. Si può riflettere sul fatto che, come è stato prima esposto, ai primi di febbraio era iniziata nei centri lungo la costa abruzzese l’uccisione sistematica di coloro che avevano appoggiato i Francesi, con tutte le sfumature che sono state narrate e che sfociarono nelle violente uccisioni di Vasto. Si tratta però sempre di eventi che si susseguono nelle zone teatro degli scontri che sono state indicate nella prima e nella seconda considerazione. Si può invece presumibilmente ipotizzare che sin dai primi di febbraio si fossero sparse anche fra i piccoli centri dell’interno le voci dei massacri dei giacobini filo francesi ed è ipotizzabile che a Borrello, anche se non vi è nessun accenno all’innalzamento dell’albero della libertà o ad aiuti di qualsiasi tipo forniti ai Francesi, ci siano stati dei simpatizzanti delle nuove idee rivoluzionarie.

Di sicuro c’erano, e questa è la quinta considerazione, un barone che si sentiva in pericolo e un clero conservatore atterrito dalle notizie che provenivano, deformate e ingigantite, dalla chiesa francese. Inoltre il barone Mascitelli era originario di Atessa, a due passi da Altino e pure di Atessa era il corriere intercettato a Borrello con le missive del barone. D’altro canto coloro che maggiormente erano in grado di avvicinarsi alle innovazioni che arrivavano con i militari stranieri sono da ricercare in un segmento sociale medio alto, di una certa cultura, capaci di sognare come un giovane studente o in grado di intravedere comunque nelle recenti trasformazioni un momento di frattura con il vecchio statico mondo dello sfruttamento dei più deboli.

Sesta considerazione: perché i capimassa e perché Altino. E’ stato già detto che il 23 gennaio 1799 i Francesi proclamano la Repubblica Partenopea, il grosso del loro esercito è a Napoli e il cardinale Ruffo non è ancora sbarcato in Calabria, i capimassa sono i veri padroni del campo in Abruzzo. Costoro però, abbiamo visto, operano solo in zone strategicamente importanti, non certo a Borrello lontano da vie di comunicazioni significative. Allora bisogna andare a chiamarli e segnalare che in paese qualcuno guarda con troppo interesse ai cambiamenti apportati dai Francesi. Inoltre la richiesta di intervento avrebbe dovuto essere fatta da un’autorità importante del luogo. Le masse armate più vicine disponibili sono quelle che stanziano lungo il basso Sangro e più precisamente nella zona di Casoli che comprende pure Altino, è vero che ci sarebbe anche Castel di Sangro, ma a febbraio la cittadina aveva aderito alla Repubblica Partrenopea. Forse non era possibile organizzare una spedizione fino a Borrello e appendere ad una forca i cinque sparuti repubblicani, ma come facevano ad Altino a sapere che erano solo cinque? E quali erano i loro nomi? I capimassa non svolgevano certo indagini di polizia; meglio arrivare in paese all’improvviso, catturare i Giacobini (il termine arrestare, più volte usato, è improprio per questa circostanza) e portarli ad Altino dove giungeranno già processati sommariamente e condannati a morte, pronti per una rapida esecuzione.

Settima ed ultima considerazione: domande. Chi fornì i nomi dei Repubblicani di Borrello? Perché la popolazione non intervenne in difesa dei loro cinque paesani in grave pericolo? E perché non intervennero il barone e il clero che pure, almeno ufficialmente, erano legati alle sorti delle bande armate in questo particolare momento ed erano in grado di influenzarle? Chi si avvantaggiò dalla loro morte? Il fatto contribuì a ristabilire equilibri di potere recentemente messi in discussione? Quale conseguenza ci sarebbe stata, per il controllo della situazione e il ristabilimento dell’ordine, da una azione così violenta, soprattutto in vista della piega che stavano prendendo gli avvenimenti dopo l’esaurirsi della spinta iniziale dell’avanzata francese? In quelle settimane si erano verificati altri episodi locali che potrebbero essere messi in relazione con l’eccidio del 22 febbraio 1799?

CONCLUSIONE. Il massacro dei cinque Borrellani potrebbe rientrare, ma con scarsa probabilità, in una azione antigiacobina volta a decimare il clero dei centri filo francesi, ma non si spiegherebbe l’incolumità del quarto sacerdote presente a Borrello don Luigi Evangelista. La banda massista rimase a Borrello due giorni e infatti il sacerdote più anziano don Carlo Zocchi fu di fatto catturato il secondo giorno, dunque c’era tutto il tempo di prendere tutti i preti e in ogni caso due dei perseguiti non erano religiosi. Se invece si considerassero i cinque come degli attivi Giacobini ciò risulterebbe difficile da sostenere data la posizione decentrata di Borrello nelle vicende del regno in quel periodo e inoltre la percentuale di tre sacerdoti su quattro filo francesi sarebbe eccessiva. Non si spiegherebbe in tal caso l’inerzia del barone Mascitelli e ancor più non si spiegherebbe la mancanza di qualsiasi tentativo di intervento da parte della popolazione in difesa degli arrestati. Tutt’al più dall’atteggiamento dei cinque potevano essere emerse delle simpatie per i recenti cambiamenti, che ad ogni modo non giustificano il massacro e ancor meno la sua elaborata progettazione.

Proviamo a costruire una ipotesi, da considerarsi tale in attesa dell’esame di ulteriore documentazione. A Borrello il barone Felice Mascitelli era da sempre l’autorità in nome del re, governava su tutto: terre, case, uomini e animali, in lui si concentrava il potere economico, quello politico e quello giudiziario. Sempre a Borrello, accanto ad una ristretta cerchia di possidenti e di piccoli artigiani, sopravviveva la gran parte della popolazione di contadini e braccianti nullatenenti costantemente sull’orlo della miseria. Nel corso del 1799, durante l’occupazione francese, la popolazione più povera cercò di impadronirsi con la forza delle terre di Pilo, mettendo a repentaglio l’esistenza stessa del feudo baronale. Se si ipotizzasse un ruolo di primo piano del barone Mascitelli si potrebbe ritenere che questi si sia rivolto alle masse di Altino, non per sedare fermenti popolari in favore della repubblica partenopea, ma essenzialmente per riprendersi le terre del feudo di Pilo che gli erano da poco state sottratte. Si capirebbe perché la banda di Altino arriva a Borrello con i nominativi già noti e si spiegherebbe la mancanza di qualsiasi cenno di reazione da parte della popolazione, la quale certamente sapeva da chi era venuto l’ordine relativo a ciò che stava accadendo in quei due giorni, tra il 19 e il 20 febbraio, a Borrello. Da quel momento nessuno ebbe il coraggio di opporsi al barone e nessuno osò più commentare l’accaduto, nemmeno i familiari delle vittime. Possiamo pensare che i tre sacerdoti uccisi fossero quelli più sensibili verso la miseria della popolazione e potrebbero aver avuto un ruolo nelle vicende del feudo di Pilo. Per quanto riguarda Alessandro D’Auro, dal suo testamento uomo giusto e religioso, se si considera che quasi tutte le notizie sin qui riportate derivano dalla documentazione prodotta da tribunali, ricorsi e avvocati in relazione alla sua eredità (il barone era sospettato di volerla acquistare direttamente dalla sorella del defunto) non è difficile immaginare quale sia stato almeno uno dei motivi del suo coinvolgimento. E’ singolare che una ulteriore testimonianza riguardi anch’essa una altra eredità, quella di don Carlo Zocchi, il quale mentre veniva condotto via da Borrello continuava a ripetere che lasciava i suoi beni ai suoi nipoti. Perché l’anziano sacerdote, più che della propria vita, avrebbe dovuto preoccuparsi di chiarire ciò ai propri concittadini? Rimane Silverio, lo studente di venti anni, forse era l’unico che era stato affascinato dalla libertà e dalla uguaglianza proclamate dalla rivoluzione francese e dalla Repubblica Partenopea. Che dire del sacerdote economo don Luigi Evangelista? Il suo passato non era stato sempre limpido e in ogni caso perché scrisse nel registro dei morti della parrocchia che i Borrellani morti ad Altino erano stati fucilati e non massacrati come annotò sul proprio registro il parroco di Altino don Giuseppe Verlengia? Forse la fucilazione poteva sembrare più la conseguenza di una azione processuale mentre il massacro faceva pensare più a un atto di banditismo.

Con il ritorno alla situazione precedente alla breve parentesi francese nell’Italia meridionale questa triste vicenda cadde nel dimenticatoio, come del resto molte altre simili, e nessuno vi fece più riferimento, neppure gli interessati più diretti come i parenti delle vittime e persino presso l’archivio della diocesi di Trivento nei due raccoglitori che riguardano Borrello vi è traccia di ciò. L’ultimo particolare da citare è che il 24 gennaio 1800 il re di Napoli Ferdinando IV ordinò di distruggere tutta la documentazione relativa ai processi, alle lettere ai libri e agli scritti di qualsiasi tipo riguardante il periodo e le vicende legate alla Repubblica partenopea e per questo ogni ricerca storica indirizzata in tal senso potrà essere condotta con difficoltà e quasi esclusivamente su fonti indirette.

Briganti (1806)

Bigarre (2)Le informazioni di questo articolo relative alla storia di Borrello sono tratte in parte dalle memorie, pubblicate nel 1899, del generale francese Auguste Julien Comte de Bigarré, all’epoca dei fatti colonnello aiutante di campo di Giuseppe Bonaparte re di Napoli.

Durante l’occupazione francese del regno di Napoli nel 1799 i Borboni, e in particolare il cardinale Ruffo, si appoggiarono alle famigerate bande massiste per riconquistare tutte le Province del Regno. Queste bande, che specie in Abruzzo misero in atto feroci atrocità spesso ai danni di cittadini indifesi, ricevettero dal governo restaurato onori e riconoscimenti, anche se in talune occasioni essi vennero imprigionati e uccisi. In ogni caso molti dei delitti di cui costoro si erano macchiati restarono impuniti, come ad esempio l’assassinio ad Altino dei cinque cittadini di Borrello, tra i quali tre sacerdoti, avvenuto il  22 febbraio 1799.  Alcuni anni dopo i Francesi erano tornati con molte e più potenti armate in Italia, sottomettendo tutta la penisola e insediando sul trono di Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore. In questa circostanza ai Borboni non riuscì di organizzare una nuova sollevazione delle masse contadine, in primo luogo perché i capi massa del 1799 erano in parte deceduti e in parte si erano per così dire sistemati nell’esercito regio. Inoltre non si poteva chiedere alla medesima generazione di contadini, quasi inermi, il sacrificio di una nuova e più rischiosa ribellione contro i francesi per tenere in piedi un trono traballante. Bisogna poi aggiungere che l’occupazione francese del 1806 si mostrò assai più determinata della precedente e tutte le forme di brigantaggio o di sollevazione vennero represse in modo energico dal governo di Napoli, ne furono testimoni le terribili carneficine, impiccagioni, tagli di teste e le lunghe condanne comminate in particolare negli Abruzzi dal generale Montigny, governatore di Chieti, e nelle Calabrie dal generale Manés.

Bigarre (3)Lo storico Marc Monnier nel 1862, in “Histoire du brigandage dans l’histoire meridionale”, Paris, Michel Levy Frères, a proposito del brigantaggio nei primi mesi del regno di Giuseppe Bonaparte riporta una pagina di Pietro Colletta che anni addietro scriveva “….. che a partire dal 1806, ..… le imprese del brigantaggio furono più ristrette. Si sbarcavano pochi uomini (per lo più prelevati dalle carceri borboniche in Sicilia) in una spiaggia deserta, e bene spesso durante la notte: essi si gettavano all’interno delle provincie. Se erano bene avventurati, uccidevano, rubavano, distruggevano case, mèssi, armenti: se erano perseguitati, si imbarcavano di nuovo, e ritraendosi in Sicilia ….. più ricchi erano di spoglie e di misfatti, meglio venivano rimeritati  e con lodi e con danaro. Soldati francesi presi all’improvviso e uccisi, un piccolo corpo di guardia sorpreso, un corriere assassinato, una valigia postale rubata, erano allori quali non ne furon colti ne’ campi di Austerlitz e di Waterloo.  Gli atti perdendo così la loro natura, il delitto divenendo fonte d’industria, questa lebbra infestò tutto il reame: i malfattori, gli oziosi, gli uomini avidi dell’altrui proprietà si univano ai briganti, ingrossavano le bande provenienti dalla Sicilia o si formavano in bande da loro medesimi. Tutti avevano per scopo e per trofeo il furto e la carneficina”

Sul finire dell’inverno dei primi mesi del 1806, verso la metà di marzo, una banda composta di sbandati, ex detenuti, idealisti e malfattori comuni sbarcò lungo le coste del basso Molise a sostegno della causa borbonica. Erano alcune centinaia di uomini che avevano lo scopo di razziare, incendiare e, se capitava, di combattere i Francesi e qualora ve ne fosse stato bisogno avrebbero potuto rifugiarsi sui monti più all’interno, dato che la bella stagione non era lontana. La banda innanzi tutto si diresse a sud verso la Puglia dandosi al saccheggio e alle violenze fino al territorio di Lucera, ma l’approssimarsi di truppe francesi consigliò ai briganti, che nel frattempo dopo l’aggregazione di elementi locali avevano raggiunto il numero di circa cinquecento uomini, di ripiegare verso nord. Il gruppo ormai troppo numeroso e perciò facilmente individuabile dovette abbandonare le colline costiere e dirigersi verso l’interno e in pochi giorni raggiunse Larino che dovette subire un violento anche se breve saccheggio.

BibliotecaAIl colonnello francese Bigarré comandava un reggimento di stanza a Capua di 1.800 uomini, appena messo in piena efficienza dal maggiore Pégot, che in seguito sarebbe divenuto maresciallo di Francia, e dai capitani D’Ambrosio e D’Aquino, addetti militari napoletani del reggimento, e il 27 maggio 1806 ricevette l’ordine dal maresciallo Jourdan di prelevare 800 uomini del suo reggimento, di recarsi a tappe forzate nel Molise e coordinare gli altri reparti francesi già operanti in zona, con lo scopo di intercettare e distruggere la grossa banda. Bigarré allestì rapidamente una colonna mobile composta da 500 militari del proprio reggimento, 100 uomini del Royal Corse e 200 soldati della Guardia Reale e partì alla volta del comune di Molise. Questo piccolo centro venne scelto come destinazione dal colonnello francese perché qui egli poteva contare su una non numerosa ma fedele guarnigione di Guardie Nazionali e sul sentimento sincero della popolazione favorevole al re Giuseppe. Bigarré appena giunto a Molise, inviò molti uomini in ricognizione accompagnati da volontari locali e ben presto seppe che la banda era appena giunta a Trivento dove la popolazione atterrita sperava in un rapido soccorso. Il giorno seguente, il 30 marzo 1806, anche Bigarré giunse a Trivento, ma solo per apprendere che i briganti, dopo l’ennesimo saccheggio, si erano ritirati ancor più verso l’interno, in direzione delle montagne abruzzesi. D’altra parte per questi malfattori era l’unica mossa possibile per evitare l’accerchiamento da parte dei Francesi che risalivano la costa. Il colonnello francese inviò nuovamente emissari in giro per raccogliere notizie sugli spostamenti dei fuggitivi e uno di essi, travestito da commerciante di fiammiferi, portò l’informazione che i briganti si erano accampati in un bosco di cerri oltre Agnone e vi avrebbero trascorso la notte. L’indomani mattina essi contavano di raggiungere Civita Borella (Borrello) e da qui scendere al fiume Sangro, oltrepassarlo e seguire la vallata fino alla costa dove, almeno i capi, avrebbero tentato di imbarcarsi. Al pomeriggio Bigarré entrava in Agnone e dopo una breve sosta ripartì in direzione di Civita Borella per cercare di intercettare la banda. Usciti da Agnone i Francesi marciarono spediti fino al bosco di Borrello e qui il colonnello divise il suo reparto, di 800 uomini, in quattro squadre di 200 uomini ciascuna e le fece addentrare nel bosco precedute da guide locali. Bigarré tenne con se la guida che il giorno prima aveva individuato i briganti presso Civita Borella e ordinò agli altri tre reparti di marciare parallelamente distanziati l’uno dagli altri  e di tenersi pronti per intervenire simultaneamente al primo colpo di fucile, suonando la carica in contemporanea. Sopraggiunse la notte, l’esercito regio dovette sostare e la marcia poté essere ripresa solo alle primi luci dell’alba e poco dopo al diradarsi della nebbia, intorno alle sette del mattino, l’avanguardia di una delle colonne impegnate nel bosco, costituita da soldati corsi, si trovò a non più di venti passi dalla retroguardia dei briganti. Bigarré cita testualmente nelle sue memorie: “….. A sept heures du matin, une de mes colonnes, engagée dans le bois, se trouva à moins de vingt pas de la tête de cette bande, qui cheminait pour se render dans la direction de Civita-Borella, où elle comptait passer la riviére de Sangro …..”. Di fronte alla sorpresa reciproca i dodici militari corsi della piccola avanguardia francese senza pensarci due volte si lanciarono all’attacco con le baionette inastate sui fucili, urlando selvaggiamente. Contemporaneamente gli altri reparti francesi iniziarono a suonare la carica che rimbombando nel bosco pareva provenire da diverse direzioni tra la vegetazione molto fitta e i briganti, confusi, sbandarono lungo sentieri, torrenti e ripidi pendii, dandosi alla fuga disordinatamente e abbandonando anche molte armi. In poche ore furono uccisi nel bosco il comandante della banda e 86 briganti, altri 122 di costoro, feriti, vennero fatti prigionieri, mentre il resto della banda riuscì a raggiungere Borrello, scendere al Sangro e alcuni giorni dopo si imbarcò presso Lanciano con destinazione la Sicilia. La spedizione di Bigarrè, durata in tutto venticinque giorni, si era conclusa con successo, ma prima di fare ritorno alla sede di Capua, il colonnello fece tagliare la testa al capo dei briganti e di ritorno ad Agnone la fece appendere all’entrata della città per rassicurare gli abitanti che temevano la vendetta dei briganti sulla cittadina.

Bigarre (4)

Queste poche notizie si inseriscono nel quadro più ampio, italiano ed europeo, della autobiografia del generale Bigarrè e purtroppo non è stato fino ad oggi possibile trovarne ulteriori riscontri nei numerosi testi, anche contemporanei, che hanno trattato la questione del brigantaggio nelle province napoletane. Altre fonti sicuramente esistono nei vari archivi regionali e provinciali che potranno in futuro chiarire meglio i fatti del 1806.

Permuta tra il Comune e il Signor Carmine palmieri

Carmine Palmieri 1857 (1)

COLLEZIONI DELLE LEGGI E DE’ DECRETI REALI  DEL REGNO DELLE DUE SICILIE -  Anno 1857 - N.°  188

 FERDINANDO II

PER GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME EC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC.

(N.° 4395) DECRETO autorizzante il comune di Borrello in Abruzzo Citeriore a cedere al Signor Carmine Palmieri un pezzo di suolo pubblico della estensione di palmi quadrati centocinque, ad oggetto di coprire un angolo rientrante ed allineare la facciata della casa di sua abitazione sita nella strada detta di Mezzo; ricevendone in permuta un altro pezzo di suolo di privata proprietà di esso Palmieri, della estensione di palmi quadrati centosettantotto, risultante dall’abbattimento di una gradinata esterna di un’altra casa anche di sua proprietà posta nella strada suddetta, a’ sensi della deliberazione decurionale de’ 29 di marzo di quest’anno, e dell’avviso del Consiglio d’Intendenza de’ 23 di luglio ultimo.

(Napoli, 1 Settembre 1857)

 Certificato conforme

 Il Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de’ Ministri

FERDINANDO TROJA

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La permuta tra il Comune di Borrello e il sig. Carmine Palmieri, originario della frazione di Baronessa e proprietario della casa ubicata presso il largo dove in passato era situato l’orologio che oggi si trova al municipio,  offre lo spunto per alcune considerazioni sulla situazione amministrativa del nostro paese alla fine del regno borbonico ed è significativo che una minima variazione edilizia oltre a coinvolgere il Decurionato (Consiglio Comunale) arrivi al Consiglio di Intendenza (Provincia), fino alla promulgazione del Decreto (N.° 4395) del Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno. La permuta in oggetto infatti riguardava 105 palmi quadrati di terreno contro 178 ed essendo il palmo pari a circa 26,45 cm. si trattava di 7,34 mq. ceduti dal comune e di 12,45 mq. ceduti in cambio dal Palmieri.

Nell’800 il comune costituiva l’elemento base della struttura amministrativa del Regno di Napoli ed era amministrato dal Decurionato. Il Consiglio Decurionale era eletto dai capifamiglia e a Borrello, essendo la popolazione residente inferiore alle 3.000 unità, era costituito da 10 membri. I Decurioni dovevano essere iscritti nel registro delle imposte dirette con una rendita pari ad almeno 24 ducati all’anno, dovevano aver compiuto 21 anni e non dovevano avere debiti o pendenze in corso nei confronti del comune. Il ruolo dei Decurioni era molto importante in quanto il Consiglio Decurionale eleggeva il Sindaco che si occupava della amministrazione vera e propria del comune, eleggeva un Eletto che svolgeva le funzioni di sostituto e assistente del sindaco e un secondo Eletto che comandava la polizia rurale e la polizia municipale su tutto il territorio del comune. Tra i 10 decurioni del comune di Borrello, secondo le leggi del 1806 che divideva il Regno di Napoli in Distretti, Circondari e Comuni, almeno tre dovevano sapere leggere e scrivere, il che, insieme al limite del reddito (24 ducati), riduceva all’osso le liste degli eleggibili e impediva un reale ricambio amministrativo. Questa difficoltà fu in parte superata con una nuova legge del 1808 che estendeva l’eleggibilità a Decurione anche ai mastri d’arte e ai commercianti. L’Intendenza di Abruzzo Citra fu istituita l’8 agosto del 1806 con sede a Chieti nel palazzo dell’ex convento dei Domenicani, oggi sede della prefettura. Il Consiglio di Intendenza era presieduto dall’Intendente e si occupava della amministrazione civile, della amministrazione finanziaria e del comando della polizia. In particolare l’Intendente, che dal 1860 si chiamò Governatore, era alle dirette dipendenze del Ministro dell’Interno e aveva poteri sui Comuni, comandava la Guardia Provinciale e in casi eccezionali anche l’esercito regio, il servizio di leva e il servizio sanitario. Sappiamo che la richiesta del Sig. Carmine Palmieri fu approvata dal Comune di Borrello il 29 marzo 1857, dal Consiglio di Intendenza di Chieti il 23 luglio 1857 e dal Consiglio dei Ministri del Regno di Napoli il 1 settembre 1857 con Decreto N.° 4395, anche se non conosciamo il tempo trascorso dalla istanza del Palmieri al Comune fino all’approvazione decurionale, si tratta di tempi velocissimi tutt’ora invidiabili, il tutto in circa cinque mesi.

Carmine Palmieri 1857 (3)Carmine Palmieri 1857 (2)